giovedì 12 novembre 2009

Mediare a Bruxelles - Poéme de Voyage

Viaggio, inizia all'arrivo,
atterraggio da infarto,
autista del Congo,
spagnole alle spalle...

e noi,
venti ventuno sbandati sballati all'orobico passo,
turisti ubriachi, stranieri dispersi,
ci guardano e ignorano perplessi e annoiati,
cartine impazzite che cambiano facce
persi contenti tra strade smarrite,
numerazioni sballate,

e noi,
non sappiamo, ci chiediamo (ma non chiediamo)
vagando cantando fischiando, una città che è festa,
bambini lontani leggeri,
storditi applaudiamo, la zuppa fantasma
ha ucciso un caffè.

e noi,
a galoppare nelle viscere,
salendo e scendendo per ipnosi guidati
nei sentieri dell'anima, tra radici annodate
pizzi e ricami, ombre d'anziani,
barbe, cappelli, bambole e veli,
sconti di nozze, piatti fioriti
salam salam (in punta di piedi)
tra fumi maschili con sorrisi di donna,
per un tè nel deserto, diverso,

e noi,
un altro giro tra lo spazio e il tempo
tra muri di vetro e cemento, tra facce slavate e silenzi moderni,
parchi svuotati e prati di gomma,
sgonfi di forze e di fiato,
a contare bandiere,

e noi,
un altro giro di giostra,
tra fumi di lacca, creme e parrucche,
tele di fuoco e anche spezzate,
donne donne, uomini altrove, si pettinano e mangiano, i bimbi piangono,
mariti sbuffano, capelli finti stirano e legano,
rasoi per ricci, pettini d'osso, balsami bianchi,

e si gira, gira di nuovo,
lontano tra cozze e formaggio,
tra birre e lamenti, tra teste pendenti,
si smonta e si corre tra letti disfatti.
Notte. Giorno.

E noi,
sbadigliando e tremando,
al centro straniero, che straniero è pesante,
si cambia di nome, azioni e livelli,
culture e fatture, pensieri annacquati, scalini imbiancati,

e noi, parole tradotte parole condotte,
parole compresse da finestre sbarrate,
preghiere obbligate, maldestri maestri
ferri di mamma per braccia sbagliate,

e noi,
gite proibite, fratelli drogati, madri soldato
un padre strigliato,
siamo veri veri veri,
tra sguardi severi
con piedi tremanti e specchi incrinati,

e noi,
via via, vieni via con me,
tra insegne di fuoco e mani imploranti,
negozi serrati e sconti stregati,
verbi d'oriente, sorrisi pagati,

via via... domani saremo via da qui,
ma ora ancora, prima che il mondo di sopra dorma,
due bionde e una bianca, cantare sognare,
cugini da tempo, più vecchi e distanti. Notte.

E infine, noi
tra mani serrate a griglie infuocate,
piangendo battendo, qualcuno li salvi,
lacrime e fumo
lacrime e fumo. Suona l'armonica.

E infine noi,
grazie di cuore, i vostri regali,
fantasmi in attesa con lampade in mano
tornati dagli inferi in coro,
fiati malati e facce sfuocate, da fili legate,
calma ragazzi qualcuno c'è già
qualcuno verrà,
pregate pregate,
non più lacrime (che già troppe, troppe),
qualcuno verrà,
dopo due anni quattro,
quattro chili saremo.

Suona l'armonica.
Silenzio. E vita, di nuovo, volando verso casa. Notte. Giorno.

Marcom (merci)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Il viaggio a Bruxelles e' stato un'esperienza meravigliosa, ricca e piena di momenti diversi. Per me e' stata una formazione molto particolare e insolita e mi ha aperto la mente su varie situazioni. Ogni posto visitato ha suscitato in me pensieri diversi e mi ha dato vari spunti per riflettere.
In particolare mi ha colpito la visita del quartiere "Etang Noire" (lo stagno nero) e mi ha lasciato dei pensieri contradditori e domande aperte : le persone li' mi sono sembrate serene come se fossero a casa loro, ma loro sono contente veramente di vivere questo quartiere...?...?..? Dov'e' il limite giusto tra integrazione e quartiere ghetto...?..?...?! E' questo che vogliamo che avvenga in Italia oppure dobbiamo evitarlo...?.?.?.?
Se la mia testa e' rimasta in quei quartieri, il mio cuore e' rimasto a Marcinelle dove nonostante gli anni che sono passati, abbiamo rivissuto con i minatori non solo la sofferenza della strage ma anche tutto il loro percorso migratorio e in particolare il loro riconoscimento della loro seconda terra "il Belgio" .............Bellissimo..........
Nouha Darous

Weely ha detto...

La cosa che mi ha colpito maggiormente è stata la visita a "Marcinelle- Le bois du Cazier", soprattutto quando il minatore numero 597 mi ha raccontato che l'incidente dell'8 agosto 1956 è successo per il fatto che c'era un italiano appena arrivato che non parlava ancora la lingua, per cui non era riuscito a comunicare al collega che c'era qualcosa che non andava. Mi rendo conto che non sapere la lingua è una cosa che può avere gravi conseguenze. Questa è una riflessione legata anche alla mia esperienza lavorativa quotidiana, poiché incontro molti stranieri che ancora non sono in grado di esprimersi in italiano.

Weely